Elena Rocca e Rani Lill Anjum (2020) sostengono la necessità di superare i bias filosofici alla base del modello biomedico classico della medicina per favorire l’adozione del modello psicosociale di corpo e medicina. Questo paradigma che domina la medicina moderna si basa infatti su un’idea filosofica riduzionista secondo cui tutto ciò che si trova ad un livello più alto (fenomeni e processi) passioni, può essere spiegato ad un livello più basso (almeno in linea di principio). Il riduzionismo ontologico ritiene inoltre che tutti i processi ed eventi debbano essere, in ultima analisi, il risultato di cause fisiche. Dunque, le scienze sociali, o tutto ciò che è medico, mentale, deve essere ricondotto alla biologia del corpo, alla chimica del cervello o comunque all’aspetto fisico. Questo processo denominato “bottom up” (Rocca & Anjum 2020: 81), che quindi è tipico del modello riduzionista della medicina, può e deve essere sostituito con il processo “top down” (81) del modello psicosociale della malattia, secondo cui l’aspetto organico e medico dipendono da quello sociale.
Ma per poter riuscire ad applicare alla medicina il modello biopsicosociale e il paradigma “top down” su cui si basa, ed evitare che si ricada nella frammentazione biologico/psicologico/sociologico o nella somma isolata delle parti, occorre rivedere il concetto di complessità in medicina. Il nuovo concetto di complessità viene chiamato “complessità genuina” (genuine complexity, Rocca & Anjum 2020: 86), secondo cui il tutto è costituito da parti che interagiscono tra di loro in un modo che influenza ad altera anche le parti stesse coinvolte nel processo. L’interazione tra le parti e il tutto fornisce loro una nuova identità. Il ruolo causale della parte è fornito da quella particolare interazione e collocazione come parte di quel particolare tutto. Il tutto diventa perciò non la somma delle parti, bensì un “fenomeno di comparsa” (emergence, Rocca & Anjum 2020: 87), qualcosa di nuovo e diverse rispetto alle sue parti, con nuove proprietà e poteri causali.
Dunque, questo spostamento di paradigma dal classico concetto di complessità come somma delle parti alla complessità “genuina” ci permette di adottare una visione, in campo clinico e medico, della persona intera, e non solo delle sue parti (whole person approach, 86). Quindi, il cambiamento ontologico dell’approccio scientifico e clinico proposto dagli autori di questo articolo, condurrà ad una diversa formulazione delle norme scientifiche, e dunque dei metodi impiegati, portando così ad una pratica medica diversa dove tutta la persona è messa al centro della pratica e la narrativa del paziente è il punto di partenza per la ricerca. E questo cambiamento è necessario poiché ‘il modello biomedico è incapace di vedere la malattia come un fatto che riguarda la persona intera, e facendo ciò si lascia sfuggire l’importanza dell’aspetto sociale, lo stile di vita e i fattori psicologici che sono coinvolti nel principio di malattie complesse e croniche’ (traduzione dall’inglese mia, Rocca & Anjum 2020: 92).

BIBLIOGRAFIA:
ROCCA, E. & ANJUM, R.L. (2020), ‘Complexity, Reductionism and the Biomedical Model’, in Anjum, R.L. & Copeland, S. & Rocca, E. (eds), Rethinking Causality, Complexity and Evidence for the Unique Patient. Springer, Cham. URL: https://doi.org/10.1007/978-3-030-41239-5_5


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