LETTUGA

a fresh salad of arts

Giuseppe Berto
tra letteratura e psicologia

Il male oscuro

Giuseppe Berto riporta e analizza nel suo romanzo più noto, Il male oscuro, la sua personale esperienza di nevrosi, malattia decennale affrontata e superata grazie all’intervento della terapia psicoanalitica condotta da Nicola Perotti. Il male oscuro ne è racconto autobiografico e umoristico, ricapitolazione dei nodi nevrotici della vita e della personalità di Berto, ed anche una prova stilistica audace e innovativa per la letteratura italiana, con la proposta di un discorso associativo fondato sulla paratassi e l’assenza di punteggiatura, stile meccanicistico e nevrotico che trovò grande riscontro portando a numerose ristampe e riconoscimenti.

A oltre cinquanta anni dalla sua uscita, Il male oscuro rimane una lettura potente per la materia trattata e lo stile espressivo, ma è un testo ancora poco ricordato, escluso dal canone letterario scolastico.

Un uomo fuori luogo

Personalità schiva e ambigua, anche politicamente – «a destra lo ritengono di sinistra, i comunisti pensano che sia fascista, e i fascisti lo giudicano un traditore. Egli, per conto suo, è convinto d’essere pressappoco un anarchico» (Piancastelli, Giuseppe Berto: la sua opera, il suo tempo, 1970, p. 113) –, Berto fu estromesso negli anni Sessanta dai salotti culturali dominanti e non riuscì a trovare la sua collocazione come scrittore e come uomo, se non forse alla fine della vita, quando scelse la punta estrema della Calabria come rifugio: qui rimase, isolato ed esule, in attesa della morte.

Morte che arrivò con un cancro, come già per suo padre: proprio quel male oscuro fulcro del romanzo. La morte del padre di Berto causata da un cancro all’intestino scatenerà in lui una nevrosi d’angoscia fatta di ansia, attacchi di panico, ipocondria, paura di morire, pessimismo e fobie. Una crisi personale e lavorativa totalizzante, rappresentata dall’incapacità di scrivere il testo che sembrava essere il suo capolavoro, l’opera impossibile ma idealmente risolutiva e suggellatrice del talento dello scrittore Berto.

Determinanti per la guarigione saranno l’esplorazione psicologica e la scrittura, quest’ultima non solo diario di eventi ma vero e proprio strumento di autoanalisi, di scoperta e narrazione di sé e del proprio male, associando anche un valore estetico e ideale alla propria sofferenza. Lo stile associativo, principale aspetto linguistico ed estetico del romanzo, viene sì plasmato dall’esperienza psicoanalitica ma mantiene anche una propria indipendenza letteraria, con una vena drammatica ed autoironica. E, seppure questo stile respinga il lettore per la sua complessità sintattica, si rivela, ad uno studio più attento, ordinato e razionale, veritiero specchio di un discorso interiore sclerotizzato.

La scrittura come terapia

Con l’analisi psicoanalitica degli intrecci del proprio passato Berto riesce a ristabilire un equilibrio tra Io e Super-Io. Il lutto è stata la causa scatenante della depressione, come si diceva, e la perdita di un oggetto così importante, amato e odiato, aveva condotto Berto prossimo alla scissione, diviso tra ansie e un rapporto non risolto con il padre. Se da piccolo, dopo aver superato con la crescita la fase del complesso edipico, Berto aveva cominciato a idealizzare ed amare il padre, <<prendendolo addirittura per un vaso ideale di ogni perfezione nel quale specchiarmi e per meglio dire identificarmi>> (Giuseppe Berto, Il male oscuro, 1964, p. 396), nello stesso momento il Super-Io si stava strutturando avendo <<assorbito quasi per intero un maresciallo dei carabinieri>> (ibidem). Berto riconosce in questo conflitto tra Io, Es e Super-Io l’origine della sua malattia, e ritiene di aver raggiunto quella che si può chiamare, con buona approssimazione, una guarigione, poiché sono venute meno le fobie, l’ansia e il timore delle punizioni che hanno liberato l’Es nel godimento dei suoi piaceri.

La psicoanalisi ha avuto una doppia funzione: da un lato mette in chiaro a Berto le funzioni di Es, Io e super Io, le dinamiche edipiche in cui è rimasto intrappolato, la natura nevrotiche e psicologica dei suoi mali fisici; dall’altro lato permette a Berto di ritrovare la capacità di significazione e connessione simbolica con la realtà mediante la scrittura. Lo stato depressivo è vinto (parzialmente) grazie, non solo alla presa di consapevolezza razionale delle ragioni e dinamiche interne alla sofferenza psicologica, ma anche grazie allo sblocco della scrittura creativa che è un modo per ricostruire il sé nevrotico con un nuovo equilibrio, una volta accettato il lutto e risolte le ambivalenze di odio e amore verso l’oggetto perduto.

Paura di scrivere

Berto dirà: <<la nevrosi è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro. Per uno scrittore è, particolarmente, paura di scrivere>> (Giuseppe Berto, Il male oscuro, 2016, p. 466).

La nevrosi lo colpisce alla soglia dei quarant’anni, dopo la morte del padre e ne sconvolge la vita, impedendogli anche la scrittura. L’esperienza depressiva è per Berto un punto culminante sia della suo percorso umano e creativo, poiché provoca il lui la necessità di ritirarsi in sé stesso e scrutare i propri nodi di malessere e scioglierli, per quanto possibile, con gli strumenti della terapia psicoanalitica. Ma il viaggio psicologico attraverso la malattia trova un improvviso sbocco creativo: la stesura, di corsa, riconcorrendo i pensieri, del Male oscuro, in cui Berto riversò ogni suo malessere, ogni filo nero del suo dolore.

Il male oscuro di Berto è il romanzo di un uomo che ha saputo individuare nella scrittura un’arma di elaborazione e superamento del male psichico, dimostrando come l’elaborazione estetica possa essere uno strumento per ritrovare il collegamento tra Io depresso e mondo esterno mediante la ripresa della significazione simbolica. E ci dimostra anche come la scrittura possa indagare una realtà nevrotica e restituirci qualcosa di essa, dandole una dignità e comprensione nuove.

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