Jagger (2000) delinea in maniera appassionata l’evoluzione del corpo medicalizzato sottolineando anche gli aspetti critici del modello biopsicosociale.
Tradizionalmente inteso dal modello biomedico entro termini puramente biologici e caratterizzato da praticità, oggettività e universalità, il corpo si presenta attraverso un approccio biopsicosociale come contestato, plurale, origine o risultato di significato. E un corpo inteso in questi termini crea insicurezza, incertezza, deregolamentazione, tutti aspetti che non ben si coniugano con una medicina tradizionale basata su fondamenta positivista, di buon senso, leggi di anatomia e fisiologia (vedi Jagger 2000). Tuttavia, i cambiamenti ontologici in medicina sono già in atto e possono essere così brevemente riassunti: primo, il corpo medicalizzato si sta trasformando dall’essere un’entità passiva ad una attiva; secondo, la medicina oggigiorno considera più importante la conservazione di uno stato di salute in relazione allo stile di vita e al contesto in cui si trova (Jagger 2000: 13-14). Vediamo come questo sta accadendo.
In tempi non sospetti Foucault descriveva come la medicina diventi bio-medicina quando i suoi sforzi si dirigono nella costituzione di una norma di funzionalità a cui il corpo dovrebbe sempre attenersi e secondo cui dovrebbe funzionare. La salute diviene allora uno standard di normalità da rispettare e che si concretizza in assenza di malattia o infermità. La persona malata viene ridotta allora in termini di pura malattia e dunque la biomedicina non si relaziona più con un individuo, bensì con i suoi tessuti malati e con le varie etichette di diagnosi. Tutto quell’insieme di elementi biografici che erano ritenuti importanti per una completa e accurata comprensione della condizione medica del paziente, finanche ad includere la dimensione casalinga e familiare del letto come un contesto appropriato per l’attività medica, viene nello scorso secolo sostituito da una medicina ospedaliera che vede nella malattia non un disturbo nell’equilibrio di vita complessivo del paziente, bensì una patologia localizzata. I pazienti sono casi anonimi assegnati ad una categoria di malattia secondo la loro diagnosi, e le storie dei pazienti sono sempre meno importanti poiché i pazienti stessi sono sempre più considerati come uomini senza pensiero e senza sentimenti (Jagger 2000: 15-16).
Oggi, a questa medicina di stampo cartesiano si contrappone il modello biopsicosociale secondo cui all’aspetto somatico si accompagna quello psichico e sociale (16). Per superare il riduzionismo biologico, i professionisti sanitari devono essere dunque formati anche con fondamenti di psicologia e sociologia e saper agire in contesti diversificati e che non si limitano al solo ospedale.
Dunque, il modello biomedico, predominante tra il diciannovesimo secolo e inizio del ventesimo, sta giungendo al termine, ma non solo per l’impiego di una diversa pratica medica che, come abbiamo visto, prende in considerazione anche l’aspetto sociale della persona, bensì anche perché la stessa mappa epidemiologica della malattia sta cambiando. Mentre un tempo imperversavano malattie infettive ed acute che permettevano al dottore di prendere pieno controllo sul paziente che rimaneva passivo, oggi le malattie croniche e condizionanti (malattie del cuore, cancro, ictus, ecc) richiedono l’attivazione e responsabilizzazione del paziente stesso nell’opera di prevenzione e autosorveglianza dei loro stessi corpi (concetto definito da Foucault vigilant lay body). In un’epoca di mercato questo significa anche tagliare la spesa sanitaria, assottigliare il welfare state, e colpevolizzare il consumatore per il suo stato di salute, mentre la medicina viene assoggettata a dinamiche politiche, sociali, economiche e culturali. Il paziente è consumatore e dunque il professionista medico non può più sperare di lavorare su e con un corpo docile, bensì ‘il paziente è diventato una persona, e questo nuovo status conduce la dimensione psicosociale della salute, della malattia e del corpo a nuove forme di controllo sociale e sorveglianza medica’ (Jagger 2000: 19). La medicina perde dunque centralità, disperde il suo sapere nel corpo sociale e come conseguenza la vita quotidiana si medicalizza, il corpo laico vigilante si ritrova responsabilizzato dagli strumenti di auto esaminazione e auto vigilanza.
BIBLIOGRAFIA:
JAGGER, Elizabeth et al, (2000) The body, culture and society: an introduction. Buckingham: Open University Press


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