My whole life I tried to fight change. It is a waste, I see that now. It’s a waste. We can’t fight nature, we can’t fight change, we can’t fight gravity.
Dutch van der Linde, 1899
È affascinante l’idea di affrontare un argomento immenso ed inafferrabile. Una cosa grande come la gravità stessa: ci tiene, ci lega – per continuare citando Ben Kenobi – ci circonda. Non un essere negativo e maligno, una forza oscura da affrontare, svelare, abbattere…Ma un’energia da comprendere. Poi ignorare.
La gravità non la abbatti; la abbracci, la attraversi, la superi. Vai verso l’alto quotidianamente, alzandoti dal letto o da terra, per compiere azioni normalissime. Quando ci facciamo prendere dalla fantasia diventiamo Superman o Spiderman o l’astronauta di qualsiasi missione Apollo. Diventiamo Yuri Gagarin; Laika.
Sconfiggere la forza di gravità (defying the gravity) non vuol dire dunque distruggerla e porre fine alla sua esistenza con gesti platealmente distruttivi, ma navigare attraverso essa. Mi viene naturale pensare a questo quando penso alle forze che non capisco e non comprendo del mondo d’oggi. La mia contemporaneità è infatti composta da molte forze gravitazionali; parecchie di queste mi spaventano nella loro grandezza, nella mia incapacità di abbracciarne il senso. Non basto a controllarle, ho le braccia troppo piccole per avvolgerle. Non riesco a vederle nella loro interezza. Dovrei distanziarmi troppo.
Ho aperto con una citazione da Red dead redemption II (RDR2): Dutch Van der Linde, il carismatico capo dell’omonima banda di fuorilegge, cede alla gravità. La serie videoludica di Red Dead è ambientata nel vecchio west e ha tra i suoi temi principali la fine del west selvaggio e romantico, soppiantato dall’arrivo della civiltà e da quello che essa si porta appresso: le macchine, la legge e tutta quella serie di contraddizioni e ingiustizie tipiche del nostro mondo civilizzato.
In entrambi i giochi (RDR2 ed il suo prequel: Red Dead Redemption), Dutch si ritrova con le spalle al muro – o meglio, un dirupo – e per motivazioni diverse decide di lanciarsi nel vuoto. Due scene che chiaramente rimandano l’una all’altra: cede alla natura e all’incapacità di cambiare le cose nel 1899 per scappare e salvarsi la vita fuggendo. Nel secondo caso, nel 1911, per uccidersi.
Scappare alla dura legge del giudizio, di una fine imposta, lì da noi rappresentata: il giocatore – John Marston.
<<Something has changed within me
Something is not the same
I’m through with playing by the rules-
-of someone else’s game
Too late for second guessing
Too late to go back to sleep
It’s time to trust my instincts
Close my eyes and leap
(…)
it’s time to try defying gravity
I think I’ll try defying gravity
And you can’t pull me down>>
Nel film Wicked Elphaba affronta la gravità come noi tutti vorremmo affrontare le ingiuste regole del mondo che ci schiaccia: con un pizzico di arroganza, mano ferma e superbia.
Elphie si eleva sopra tutti coloro che la giudicano con arroganza e saccenza alla fine della pellicola usando la sua scopa magica per ritrovare il proprio posto, per scappare, volare, affrontare il male. Il mantello svetta al vento potenziandone la figura, ingigantendola agli occhi di chi sta sotto.
Il power fantasy è quel concetto su cui molti racconti di genere fantastico fanno leva per trasmettere eccitazione, immersione, dinamismo e, certamente, potere. Significa dotare un personaggio (spesso quello con il quale il lettore si immedesimerà maggiormente) di un potere tale da piegare le forze, spesso negative, che lo circondano.
Questo defying gravity è un enorme power fantasy contro qualcosa che ci riguarda tutti: potrebbe essere l’ICE che ronda per le strade, le scadenze incombenti per il rinnovo della patente, scendere dal letto a castello la mattina per andare a lavoro.
La velocità di fuga non è aggressività,è inerzia.È sfondare il cielo, certo; ma un cielo composto da morbide e pallide nuvole.
Nel pieno dell’isteria dei processi di Salem, raccontati da Arthur Miller in The Crucible, il contadino Giles Corey viene schiacciato sotto il peso delle pietre per essersi rifiutato di confessare. Alla richiesta di dichiararsi, risponde soltanto: “More weight.” Non una supplica, ma una scelta: opporsi anche quando il peso di tutto il sistema grava addosso alle tue spalle. È un gesto che dialoga sotterraneamente con Elphaba in Wicked: anche lei, accusata e deformata dallo sguardo collettivo, sceglie di non piegarsi. Se Giles sfida la gravità morale di un tribunale che lo vuole colpevole, Elphaba la sfida fisicamente, sollevandosi in aria mentre tutto il mondo le chiede di scendere a patti. In entrambi i casi, “defying gravity” non è evasione, ma resistenza.
Non c’è da sorprendersi se questi concetti hanno trovato così tanta risonanza nel pubblico occidentale e non. Mi viene in mente la figura di Neo in Matrix dopo essere asceso, alla fine del film.
Wake up gridato dai Rage against the Machine mentre il protagonista spicca il volo a tutta velocità verso la telecamera (essere Superman era solo la ciliegina sulla torta, poco prima fermava proiettili con la mente).
Nel film, per quei fortunati che avranno il piacere di vederlo la prima volta, il mondo che conosciamo è una simulazione digitale (chiamata Matrix) creata dalle macchine e per le quali i nostri corpi reali, addormentati, vengono coltivati al solo scopo di fornire energia bioelettrica: siamo pile.
Nell’economia del film il volo di Neo sul finale voleva dire “avere potere su Matrix”: essere sopra le leggi delle macchine, quindi le leggi del mondo, le leggi della fisica. Possiamo forse sorprenderci se questa cosa, in una forma o nell’altra, ha così tanta presa sul pubblico?
Un potere immenso e liberatorio sul mondo che ci circonda è puro e delizioso escapismo.
La prima bozza di questo articolo è stata scritta in un momento dove l’America di Trump avrebbe potuto sia intervenire militarmente in Iran che invadere la Groenlandia (nessuna delle due cose sono accadute, per ora.) Non ci mancano, come società, eventi dal quale è difficile scappare, eventi sul quale non abbiamo potere.
Al massimo possiamo boicottare economicamente, nel nostro piccolo, uno stato genocida, o magari approfittare dell’errore comunicativo di una catena di negozi per comprare a 9 euro un telefono che ne vale 950. La nostra possibilità di dominare la realtà che ci circonda quotidianamente è nulla di fronte ai grandi avvenimenti della storia.
Mettiamo ora da parte questa retorica eccessivamente pessimista e rimaniamo coi “piedi per terra”.
Rendersi conto che abbiamo potere sulla nostra realtà è un atto di fede ed allo stesso tempo un atto rivoluzionario; nonché un privilegio intellettuale e morale riservato a pochi – se prendiamo in considerazione la legge dei grandi numeri.
È più probabile, però, che queste storie siano di ispirazione ad un grande pubblico attraverso questo concetto tanto liberatorio quanto potente. Affrontare la pesantezza del cielo, l’immensità del firmamento, per librarsi in aria (e scendere giù in picchiata a velocità sconsiderate) nella consapevolezza che si sta cavalcando il vento. Non di star avendo la meglio sul mondo ma sul decidere di roteare insieme ad esso a velocità supersoniche.
Mi vengono in mente le note critiche di Alan Moore al genere supereroistico, visto come intrinsecamente “fascista” nel suo fare riferimento a uomini forti acclamati dalle masse che difendono lo status quo (e che affrontano questi villain che spesso lo status quo del mondo lo vogliono ribaltare). In tal senso forse proprio la figura del volo ed il suo atto liberatorio nei confronti delle regole della gravità possono porsi come contrappeso fantastico e tematico all’immagine dell’eroe sviluppata da Moore e che mi sento di condividere parzialmente – almeno in quanto potenziale terreno fertile per certe propagande.
La velocità di fuga è la velocità che un corpo deve raggiungere per potersi allontanare da un campo gravitazionale a cui è soggetto senza successiva propulsione. La velocità di fuga dalla terra è di 11,2 km\s o 40294 chilometri orari.
Siamo tutti disposti a perdere molto per sconfiggere la gravità. Sia in termini economici che umani.
Penso all’immagine del challenger che esplode in volo nel 1986, uccidendo all’istante tutti i membri del suo equipaggio
Penso anche a come la distanza fisica dalla superficie terrestre possa anche mettere distanza emotiva dai problemi terreni. Ricordo il discorso di Carl Segan del 1990, quel “pale blue dot” che tutto livellava su un piano così sconfinato che guerre decennali non apparivano poi tanto più importanti di caffè versati accidentalmente per terra.
Mettere distanza vuol anche dire affrontare le cose con controllo. Vuol dire AVERLO quel controllo. Non voglio dilungarmi su come l’esplorazione spaziale riesca ad unire popoli e a mettere da parte difficoltà e differenze, cosa in cui tutt’ora credo fermamente. Vorrei focalizzarmi su quella parte necessaria a compiere il viaggio: il balzo.
Come dicevamo, quel balzo deve avere una velocità di 11,2 km al secondo. 40000 km orari circa. Lo sanno sicuramente i Kerbal, popolazione nativa del pianeta Kerbin, apparsi nel videogioco del 2015 Kerbal Space Program. Il videogioco simulativo consiste nel design e progettazione di razzi spaziali in grado di lasciare il pianeta Kerbin. La simulazione fisica costringe il giocatore a trovare metodi di lasciare l’atmosfera sempre nuovi e creativi (molto divertente vedere su youtube le creazioni fallimentari dei giocatori e la finaccia dei piccoli astronauti verdi).
Questo gioco è di quanto più vicino ad un adattamento del romanzo di Tom Wolfe, The Right Stuff (un po’ invecchiato male il titolo italiano del suo adattamento cinematografico: Uomini veri). Il romanzo di Wolfe è la storia degli uomini del programma Mercury, i primi americani ad arrivare in orbita e tornare a terra sani e salvi. La “right stuff” del titolo è quella che è servita agli astronauti ad accettare i pericoli dell’esplorazione spaziale. Il romanzo, attraverso interviste dell’autore e un intenso studio della documentazione e delle vicende, cerca di capire quali erano le condizioni psicofisiche di questi individui quando hanno accettato di compiere un salto così pericoloso: affrontare la gravità non è cosa da tutti..
In tal senso quel balzo ha reso i Kerbal tanti piccoli uomini ver(d)i.
Penso che la mia fascinazione per questo tema parli abbastanza da sé: siamo muniti tutti naturalmente di questa forza, interna e che propelle verso l’alto. È qualcosa che, lo vogliamo o meno, vive dentro di noi. Costruiamo verticalmente, ci libriamo in volo e planiamo. Certo mi rendo conto che ci sono anche motivazioni pratiche per fare tutto questo, planiamo perché schiantarsi al suolo non fa bene alla nostra salute e sviluppiamo le nostre città verso il cielo perché è conveniente in termini di spazio.
Ma penso anche che liquidare la faccenda senza pensare un attimo a quanto possa essere importante per noi puntare alle stelle sia segno di una pigra ed eccessiva miopia. JFK ha reso celebre il “puntiamo alla luna non perché facile, ma perché difficile” in quanto catalizzatore di abilità, talenti, ingegno: penso sia anche catalizzatore di un sentimento di rivalsa che nutriamo verso il basso e la nostra costrizione a stare coi piedi piantati per terra. Mitizziamo figure astratte ed esseri divini e li piazziamo in alti monti o tre le nuvole non perché siano belle, ma perché inaccessibili, onnipresenti e pervasive. Forse appena nati notiamo subito quanto stretto ci stia addosso questo mondo, e quanto rapidamente nasca in noi la volontà di andare verso l’alto.
Vincenzo Puerari


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