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Medical Humanities

Il termine Medical Humanities compare per la prima volta nel 1948 in un articolo pubblicato sul giornale di storia e filosofia della scienza di nome ISIS dove il co-fondatore George Sarton impiega questo nuovo termine per descrivere un libro di recente pubblicazione. Sarton con questo neologismo voleva riferirsi al tentativo di comprendere la medicina e la scienza in tutte le culture e periodi storici attraverso uno studio disciplinato delle sue modalità di funzionamento, supposizioni, linguaggio, letteratura e filosofia (Hurwitz 2013: 672). Per Sarton l’obbiettivo ultimo era umanizzare la scienza e ciò era possibile ottenerlo attraverso ‘un’analisi sinottica multidisciplinare che storicizzi medicina e storia della scienza attraverso studi filosofici e sociologici’ (Hurwitz 2013: 673, traduzione mia).

Negli anni Sessanta e Settanta cominciarono ad emergere su suo americano ed inglese corsi e istituti di ricerca che cominciavano ad esplorare ed insegnare come la letteratura potesse essere utile non solo nella formazione del personale medico, ma anche come materia prima di ricerca.  Un altro tema emergente nel Ventesimo secolo e sempre più centrale che spingeva allo studio delle Medical Humanities era inoltre la de-centralizzazione della medicina e la trasformazione del personale medico, in particolare dei medicini, in meri esecutori di test medici e costretti nel momento della diagnosi, a sua volta basata quasi esclusivamente su esami di laboratorio, mentre si amplifica la distanza dal vero incontro clinico con il paziente.

Nonostante alcune difficoltà e problematiche ancora presenti nell’insegnamento della disciplina (confini sfocati della materia, mancanza di esiti concreti e dimostrabili dell’insegnamento, e soprattutto una rete accademica ancora debole di diversi filoni accademici)  che quindi fatica a trovare un suo chiaro posizionamento nelle scuole mediche (quantomeno nel caso della realtà inglese, a cui Hurwitz si riferisce), nonostante tutto ciò, il campo di ricerca è ampio e di chiara vocazione multidisciplinare, capace di porre nuove domande critiche e di introdurre nuovi modelli di ricerca basati sulla commistione  di scienza e umanesimo. Le possibilità di collaborazione tra medicina, bioetica e scienze umane non sono mai state così grandi (Hurwitz 2013).

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