Cos’è un eroe? Eroe: Persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impone all’ammirazione di tutti. Il nostro protagonista, Pietro, è un eroe della mediocrità. Un eroe della scelta pavida ma sincera, e perciò coraggiosa. Non prende il mare per compiere viaggi avventurosi salvando vite umane – rimane invece a casa per salvare la propria relazione sentimentale con Camilla. Non riscatta la propria dignità lasciando un lavoro malpagato per inseguire sogni di grandezza – accetta invece i compromessi di un lavoro da copywriter dove le promesse di crescita professionale si arenano in piccoli aumenti consolatori. Non vince le proprie debolezze di vanità – si lascia invece cadere, vittima ipocrita e falsamente inconsapevole, nelle reti di sirene attraenti (benché sinceramente innamorato della propria fidanzata). Non reagisce e protesta davanti alla notizia della chiusura della discoteca e a cui è strettamente legato – accetta invece di buon grado e con sollievo la notizia che rimarrà aperta ancora per due anni, sebbene, come dice il signor Mauro, due anni non sono che un soffio – e poi? E poi che succederà alla vita di Pietro?
Pietro naviga sulla vita come naviga sul gommone di salvataggio: soffrendo il mal di mare e vomitando. Ma non è forse così per tutti? Anche chi sembra essere più attrezzato per gli imprevisti del mare, in realtà nasconde le proprie insicurezze e incapacità dietro una facciata brillante. Come Mustafà, idealizzato da Pietro come l’uomo perfetto, inarrivabile, dotato di mille talenti, eppure capace di una molestia sessuale. Come la fidanzata Camilla, come l’amico Giova, come il nonno Sergio. Tutti cercano faticosamente di trovare una strada giusta per sé, per la propria vita, perché come dice il papà Ghandi, non ci sono istruzioni per la vita, ognuno di noi naviga a vista, l’importante è ascoltare quello che si vuole fare davvero e non ignorare quello che ci fa male.
Certo: semplice a dirsi, difficile a farsi. E così Pietro procede a tentativi, sbaglia. Cerca casa e si fa prendere dalla paura, chiede le ferie e poi ci ripensa, promette di non nascondere più nulla alla morosa ma poi si contraddice, litiga con il nonno che ha comportamenti inappropriati con le donne e razzisti verso gli stranieri, ma alla fine gli perdona tutto e lo accetta per quello che è. E ancora: Pietro che fa due lavori, volontariato il giovedì e si domanda se sia un volontariato paraculo, che vive ancora con i genitori, che tutti i sabati incontra il nonno per prendere un cannolo e un cappuccino, che fatica a mettere insieme il coraggio per chiedere le ferie o che si fa coinvolgere in progetti suo malgrado… Pietro siamo noi, generazione nata negli anni Novanta. Giovani uomini e donne, alle prese con il difficile tentativo di vivere negli anni della crisi e del precariato facendo i conti con le nostre contraddizioni e debolezze.
Non è mica possibile che mi fanno l’aumento solo per tenermi buono, no? Giusto? (p.19)
A guardarci così c’è da chiederselo proprio: ma è far volontariato questa roba qui? (p.20)
E la realtà italiana contemporanea che il romanzo ritrae non lascia scampo: a Pietro, giovane uomo che tenta la scalata verso l’età adulta non bastano due lavori per lasciare la casa dei genitori, non basta fare il parcheggiatore fino alle quattro del mattino, non basta lavorare per anni alla Pera Agency per avere una promozione o un aumento, che ottiene solamente a discapito del licenziamento di un amico e collega. Non basta fare volontariato per sentirsi utili. Non basta provarci per capire come vivere. E allora la frustrazione, la rabbia crescono.
Ma sì, perché son tutti che sanno cosa c’è da fare e tu stai lì a sentirli e ti pare che la vita va così e basta, colla morosa e il lavoro e la casa, ma cosa vogliono sapere loro? (p.83)
E poi si accetta che vivere è avere paura e ripensamenti e dubbi. E litigare e piangere. L’importante è avere al proprio fianco qualcuno a cui non faccia schifo la nostra mano sudata quando abbiamo paura.
E forse possiamo imparare anche qualcosa dagli anziani, da chi è venuto prima di noi e ha già vissuto le nostre paure. I vecchi, pure nella loro fallibilità, sanno godersi la vita, continuano a ballare, a costo anche di rinunciare alla salute, hanno una leggerezza di altri tempi, hanno occhi gentili, continuano ad innamorarsi. E forse è proprio così che andrebbe presa la vita, nonostante la precarietà del lavoro, la difficoltà a trovare casa, gli stipendi risibili.
Libro esordio e scrittura generazionale ricca di personaggi credibili e vivi, con una giusta dose di probabile autobiografia, Trevisiol colpisce nel segno con una scrittura che ricalca il parlato quotidiano e una punteggiatura che cerca di restituirne il ritmo, sacrificando qualche virgola e segni tipografici. Lo spirito natio abbonda nei diobello, diopovero e simili esclamazioni, e non a caso lo stile e i temi riportano a Trevisan e Berto, anch’essi figli del tremendo Nord Est veneto. Il romanzo è breve e contenuto in pochi personaggi e situazioni, ma restituisce un’idea chiara e sentita di quello che il suo autore voleva trasmettere. Speriamo allora che Trevisiol continuerà a dare voce ai Pietro della nostra fragile e preziosa Italia.
Comincia tutto nel parcheggio secondo me, quello smontare dalle corriere e dalle automobili per ritrovarsi sull’asfalto assieme, coll’aria che sa di dopobarba e di talco e di lavanda. E poi dentro, dove l’orchestra suona già e ci sono le luci e si pensa solamente al ballare e all’esser, contenti, coi passi a ritmo e le mani e le risate. Si balla oppure si sta seduti e si fa quello che si vuole. Ceri si baciano, per dire. Per cui ci sono domeniche che li guardo e mi viene voglia di diventare vecchio anche a me dio bello. Dico per davvero. (p.15)
Ma tutto bene un cazzo. (p.130)
BIBLIOGRAFIA: Trevisiol Enrico, Un eroe dei nostri tempi, Accento Edizioni, 2025


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