Introduzione: il genio bizzarro, la doppia visione e la missione
Nikolaj Gogol’ (1809-1852) “poeta in prosa singolarissimo tra quanti ne siano mai comparsi in Russia”, esordisce Nabokov. Spesso catalogato come autore realistico fu Nabokov a sottolineare che questa nomea fosse falsa, nata dall’erronea lettura dei racconti ucraini delle Veglie alla fattoria presso Dikan’ka: “Non si riesce a concepire che razza di cervello occorra avere, per scorgere in Gogol’ un precursore della scuola naturalistica e un pittore realistico della vita russa”.
Gogol’ aveva la facoltà di esplorare la realtà in maniera nuova e autonoma, cogliendone le rifrazioni della luce e dei colori, e la capacità di giudicare con uno sguardo attento e sincero i fenomeni della vita sociale, le radicali trasformazioni nella Russia dell’epoca.
La sua era un’ottica al contempo telescopica, e microscopica, inquadrava il reale (da cui l’accusa di essere scrittore “realista”) ma alla visione di ciò che di essa è sconfinato si affianca l’osservazione dell’infinitamente minuto. Questa doppia lente ebbe origine nella sua personalità: da un lato dirittura morale, ordine, sistematicità e interezza; dall’altro imprecisione, casualità, aridità e disordine. Due atti visivi e due mondi descritti: una Russia storica ed una illusoria.
Da qui nasceva anche la bizzarria del suo genio e della sua opera che spaziò dal realismo fantastico al caos frammentario, minaccioso e grottesco, mondo immobile e vacuo, rappreso nell’insensibilità morta della vita, da cui tenta invano una fuga la turbinante corsa della trojka russa nelle anime morte.
Gogol’ riteneva di essere stato investito di una missione speciale da parte di Dio per il bene della Russia, un compito divino, una missione per il popolo, a cui sempre Gogol si sentirà chiamato e a cui sempre tenterà di rispondere in varie forme: dalla burocrazia all’insegnamento, dalla scrittura alla santità. Questa tendenza ad un nobile destino, in realtà, nascondeva il malcelato desiderio di celebrità, addirittura onnipotenza. Il cortocircuito delle sue aspirazioni e della sua morale lo porterà ad una progressiva paralisi intellettuale che sfocierà, negli ultimi della sua vita, nella crisi religiosa e nel conseguente ripensamento della propria opera.
Prima tappa: la Pietroburgo dei racconti gogoliani
Illusorio fondale per esistenze stralunate, sortilegio, malia, la cui stessa architettura neoclassica è sorgente di estraneità, palcoscenico di vicende insensate, crudeli – Pietroburgo.
Con il pensiero mi immagino già a Pietroburgo […]. Potranno avverarsi le mie congetture? Davvero vivrò in quel luogo paradisiaco? O la ruota inesorabile del destino mi rigetterà allo sprofondo, tra la massa della plebe compiaciuta (che pensiero orrendo!), tra le nullità, assegnandomi il povero appartamento di servizio di chi è sconosciuto al mondo? (Lettere 1820-1835, p.101)
Nel 1835 Gogol’ pubblicava Arabeschi, in cui comparirono i primi tre racconti “pietroburghesi” (La Prospettiva Nevskij, Il Ritratto, Memorie di un pazzo). Negli anni immediatamente successivi ne scrisse altri due (Il Naso e il Cappotto). Dopo che li ebbe modificati accentuandone gli aspetti umanitari, realistici, e ridimensionandone l’elemento fantastico, i racconti furono pubblicati tutti insieme nella raccolta postuma I racconti di Pietroburgo. Cinque racconti irradiati da Pietroburgo, cinque esercizi di privazione, come li definì il criticò Georges Nivat. Infatti, la Pietroburgo di Gogol’ è un universo che si sgretola, un’illusione ottica che mutila e depreda, il cui emblema è la Prospettiva Nevskij: l’arteria centrale della città dove l’uomo conosce la solitudine e il caos, il desiderio e l’illusione. Il cittadino pietroburghese è ridotto alla sola funzione pubblica, i segni del suo apparire nel mondo conformati alla scala gerarchica burocratica e militare in qui è inquadrato. E questa gerarchia è perenne ossessione, anelito e repulsa dell’uomo gogoliano che si immobilizza nel dover essere, che da questo rigorismo è schiacciato e annullato, ed alla fine non rimane altro che scegliere tra pazzia, fuga o morte.
Seconda tappa: la provincia grottesca
Con il passare degli anni Gogol’ si dedicò interamente alla professione di scrittore e tentò di conciliare arte ed etica, la sua propensione satirica con il suo senso di giustizia.
De L’ispettore generale (1836), commedia per teatro, lo stesso autore avrà a dirne che “lì desideravo riunire in un sol mucchio tutto il male che c’era in Russia, tutto ciò che allora conoscevo, tutte le ingiustizie commesse in quei luoghi e in quei casi in cui soprattutto si richiede all’uomo la giustizia.”
La realtà della corruzione e della mistificazione del vero controllo era una realtà nota a tutti gli spettatori, per nulla sorprendente. Ciò verso cui Gogol’ puntava il dito non era dunque l’inganno perpetrato da Chlestakov che si fingeva ispettore, o il fatto che tutti si prodigassero per raggirarlo, bensì il generale consenso che stava alla radice della convivenza (in quella comunità come di tutta la Russia) con la truffa, l’arbitrio, la corruzione: tutti sapevano e tutti approvavano. L’ispettore era solo un’incidente a cui si doveva far fronte con misure di emergenza, mentre l’intollerabile sfascio della vita pubblica non veniva mai messo in dubbio, neppure per un attimo. Con questo ritratto satirico Gogol’ voleva rendere un servizio alla patria e non semplicemente calunniarla, ma tutte le classi sociali si rivoltarono contro di lui, vedendo nella rappresentazione teatrale un’invettiva diretta a loro stessi. Come recita la celebre epigrafe a L’ispettore generale, “se hai il muso storto, non prendertela con lo specchio”; agli spettatori allora fece più comodo ridere dello specchio (il protagonista Chlestakov) o, meglio ancora, prendersela con l’autore, Gogol’.
D’altronde l’opera non era di facile comprensione, rompeva con le convezioni teatrali dell’epoca, quasi non vi era trama, bene e male non era dialetticamente distinti e contrapposti, mancava l’elemento amoroso. Anzi, tutti i personaggi erano negativi, senza punizione e giustizia. Solo un elemento era positivo: il riso.
Terza tappa: la Russia infernale delle Anime Morte
Se ne L’ispettore generale veniva rappresentata solo una cellula della realtà russa, una città di provincia, ne Le anime morte (1835-52) il compito si allargò alla rappresentazione di tutta la società, di tutto ciò che Gogol’ considerava russo. Tra viaggi, incontri, pranzi e operazioni di compravendita, rotola tutta l’invenzione narrativa assieme all’incerto dondolio della carrozza di Cicikov, la famosa britčka. Il viaggio, filo conduttore che lega tutta l’azione narrativa, è duplice, reale e allegorico: reale per condurre il lettore nella sconfinata terra di Russia, e porlo a contatto con ogni classe sociale; allegorico per evocare il percorso dell’uomo dall’inferno del peccato, attraverso il purgatorio del pentimento, fino al paradiso della redenzione. Con quest’opera ispirata al poema dantesco, Gogol’ sente di poter portare a compimento la sua grande missione di scrittore, la conciliazione di etica ed estetica. E tuttavia di questo viaggio verrà realizzata solo la prima parte, l’Inferno.
L’inferno gogoliano si compone di cinque cerchi: cinque sono i possidenti a cui fa visita e a cui propone il suo affare. Riflessi della mediocrità, della volgarità, dell’insensibilità che dilaga in Russia. Ognuno, come si diceva, è ritratto nel proprio fisico, nel proprio ambiente, nel proprio carattere. Sono ritratti con i loro vizi e debolezze, con le predilizioni di ciascuno, trasformati grottescamente con il solito gusto per le iperboli, in strabilianti ed eccezionali figuri, unici e mai visti. Addirittura, molti lettori contesteranno a Gogol’ l’esistenza di proprietari così goffi e deformi. Avarizia, avidità, violenza, diffidenza, accidia: un vizio per ogni possidente. Dice Gogol’: “Questo è l’inferno, questa è la Russia”. Anche lo stesso Cicikov è un antieroe, un millantatore, un camaleonte, che conquista sottilmente l’approvazione altrui, dice e fa solo quanto ci si aspetta da lui, evita di parlare di sé, preferisce non esporsi e limitarsi ai luoghi comuni. È un uomo ammodo e per bene da tutti i punti di vista – è l’espressione dell’insignificante ma pervasivo male quotidiano: anti-malfattore, antieroe, uomo privo di segni caratteristici, è il vero anticristo al quale sarà dato di conquistare il mondo. Uomo nuovo della società russa, egli è spirito del male, individuo mondano, incarnazione dell’egoismo, cavaliere avaro e bandito magnanimo.
Alla fine, si apre la riflessione sulla Russia, sul suo destino, e la carrozza in fuga di Cicikov oltrepassa in volo una distesa sterminata, asiatica e deserta, dove tutto è “povero, disordinato, inospitale”. Il destino di Russia è legato a quello di Gogol’: riusciranno a salvarsi?
BIBLIOGRAFIA
-N.Gogol’, I racconti di Pietroburgo
-N.Gogol’, L’ispettore generale
-N.Gogol’, Le anime morte
-Antonella D’amelia, Introduzione a Gogol -Vladimir Nabokov, Gogol’











