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  • Il filo di mezzogiorno

    Una delle caratteristiche del lavoro di Goliarda Sapienza è la circolarità delle sue opere. Ogni libro è connesso all’altro e la sua intera opera può essere descritta come riscrittura della sua vita in ‘molteplici autobiografie’ (Andrigo 2016: 20). Il filo di mezzogiorno (1969) è proprio una di queste e nasce dal tentativo dell’autrice di che ripercorre le memorie della sua infanzia e ripercorrere i traumi che si nascondono nelle pieghe della mente per ricostruire la propria identità e riconnettersi con il proprio sé, ora lacerato.

    Infatti, dopo aver studiato e lavorato come attrice per molti anni, Sapienza visse la traumatica morte della madre nel 1953 che fu evento cruciale nella sua vita, perché aiutò la sua necessità di scrittura ad emergere, ma la fece cadere anche in una profonda depressione. Da qui, nel 1962, Sapienza tentò il suicidio e fu internata in un istituto di salute mentale per essere curata con l’elettroshock, terapia all’epoca impiegata per casi depressivi e isterici, che le causò perdita di memoria e confusione per lungo periodo. Il filo di mezzogiorno fu scritto proprio dopo queste traumatiche esperienze e prende direttamente ispirazione, come già detto, dalla terapia psichiatrica condotta con lo psicanalista Ignazio Majore. La voce di Sapienza è dunque allo stesso tempo quella del narratore, protagonista, autore e paziente, e si muove ripetutamente tra i traumi del presente e quelli legati alla sua infanzia in una dialogica scrittura di transfer (Fraire 2011: 127), eclettica e complessa, in cui le figure retoriche, ellissi, analogie e tropi aiutano a navigare attraverso un materiale caotico – almeno in superficie.

    Dunque, Il filo di mezzogiorno tenta, con alcuni specifici tropi, tenta di mettere in discussione la società e la cultura narrando i propri traumi personali e uno di questi tropi fondamentali è il corpo, come suggerito da Wehling-Giorgi (2022). Mentre le memorie del passato cominciano ad emergere, Sapienza ricorda immagini di tortura inflitta con una macchina: ‘mi mettevano sotto una macchina che mi faceva sbattere contro dei ferri aguzzi’ (Sapienza 2019: 33), ‘mi avevano schiacciato sotto la macchina che s’abbassava dal soffitto’ (48). Il tropo, centro della manipolazione traumatica e violenta, può essere interpretato come lo strumento impiegato per l’elettroshock nell’ospedale psichiatrico, e difatti Sapienza si rivolge alle persone che stavano impiegando lo strumento con l’appellativo di ‘fascisti’ (37), mettendo in esplicita connessione la violenza medica subita durante il suo ricovero con le torture subite in giovane età, quando finì prigioniera dei fascisti per aver partecipato alla resistenza. Questi due eventi distanti ma simili tra loro per la portata traumatica e i ruoli di potere impliciti, sono connessi mediante una associazione analogica e non cronologica (Bazzoni 2018) e mostrano come, attraverso il possesso e lo sfruttamento del suo corpo, figure di potere cercano di controllarla: ‘con una vite stringono in quella calotta di ferro il mio cranio: stringono fino a quando, sicuramente, il cervello ne spruzzerà fuori. Devo stare attenta a non sporcarmi. Devo stare attenta a non sporcarmi. Stringono. Stringono’ (Sapienza 2019: 74). Cervello e sangue sono due delle immagini più importanti e ricorrenti nella descrizione delle violenze subite e che, come detto, accomunano le figure dei fascisti ai dottori dell’ospedale, come pure il suo terapeuta.

    Il dottor Majore è introdotto ufficialmente nelle prime pagine del romanzo, quando Sapienza è ancora molto fragile e incapace di distinguere il presente dal passato, e viene descritto come ‘un signore distinto, senza età’ (27) che comincia ad interrogarla, cosa che crea disagio fisico e stress mentale in lei (‘sudando e vergognandomi’, 27), e la induce a difendersi con il silenzio mentre rimane ‘immobile e attenta’. Quindi, il terapeuta, definito ‘una specie di aguzzino’ (39), è chiaramente collocato tra i padroni che tentano di governarla con il controllo sia visivo (‘i padroni hanno cento occhi’, 27) che linguistico.

    Un’altra immagine impiegata per descrivere il dolore e della traumatica oppressione subita è quella dello scalpello. Come già messo in luce da diversi studiosi (Wehling-Giorgi 2016, Bazzoni 2018), la lama è un’immagine ricorrente nell’opera di Sapienza, e nel caso de Il filo di mezzogiorno sembra essere usata per indicare precisamente la violenza dell’operazione chirurgica che a sua volta è immagine metaforica per la terapia:

                  Ha smontato, ha scalzato col suo coltello le mie difese… ma solo questo? Forse mi ha staccato anche la pelle, la prima carne, la seconda, col suo bisturi psicoanalitico e così la trama sottile dei nervi e delle vene, scoperchiati, tremano a ogni soffio d’aria, a ogni nuvola, ombra che s’abbassa in questa stanza… riuscirà la mia natura a far rigermogliare la mia pelle? (Sapienza, 2019: 102)

    Capii che quel medico, nello smontarmi pezzo per pezzo, aveva portato alla luce vecchie piaghe cicatrizzate da compensi, come lui avrebbe detto e le aveva riaperte frugandoci dentro con bisturi e pinze e che non aveva saputo guarire… mi ricordai la fretta, quanta fretta di richiudere, ricucire quelle piaghe alla meno peggio… e in quella fretta spastica aveva dimenticato dentro qualche pinza. Il torace e il ventre mi dolevano… (Sapienza 2019: 192)

    In questi due passaggi, tra loro simili, la terapia è associata direttamente allo scalpello, perché è il ‘bisturi psicanalitico’ che ha strappato via la sua pelle con una veloce e volgare operazione. Sapienza usa un intero immaginario di oggetti violenti e esibizione della carne per descrivere metaforicamente la violenza che il processo terapeutico le causa: sangue, carne, vene e nervi, è un atto chirurgico che apre e chiude il suo corpo e la sua mente.

    Uno scontro traumatico simile si realizza anche con il mondo medico allora dominato dalla presenza maschile, sia per quanto riguarda il personale medico che l’ideale paziente diagnostico, e che opera sul corpo e la mente femminile con l’intento di ridurli entro una gabbia eteronormativa. Infatti, come possiamo leggere in una breve memoria della sua infanzia, Nica, definita da Spaienza sua ‘ombra’ (20) e ‘sorella’ (26) non carnale, è descritta mentre, coinvolta in un gioco infantile di moglie e marito con Sapienza, impersona il ruolo del marito (36). Sebbene nella descrizione di Sapienza stessa il gioco assuma connotati di acerba esplorazione erotica, Majore sembra non voler riconoscere e accettare questo implicito significato di primo approccio alla sessualità ed anzi mette in guardia Sapienza dall’esplorazione sessuale con il proprio sesso, sminuendo il suo rapporto con Nica ad un caso di idealizzazione dell’amicizia femminile: ‘deve finirla signora di fare all’amore con queste immagini di donna femminili che crede di amare e invece solo teme’, 119), perché poi ‘l’amicizia fra donne è sempre un po’ ambigua’ (79).

    Sorge spontaneo collegare questa situazione di terapia con il famoso caso di Dora: Majore, come Freud, è incapace di accettare la libera esplorazione della sessualità e del corpo, e tenta invece di normalizzare il comportamento della sua paziente entro una spiegazione freudiana, implicitamente ammettendo che per lui, come per la maggior parte della società dell’epoca, era impossibile accettare l’amore tra due donne e anzi veniva considerato moralmente dubbioso. Quindi, lo schiaffo metaforico che Sapienza riceve da parte del terapeuta (‘schiaffi psicoanalitici’, 123), e dalla madre quando viene colta nel fare l’amore con Nica (‘le mani, ora, di ghisa, nel cerchio della luce, immobili sulle ginocchia mi schiaffeggiavano… deve finirla di fare all’amore con… Nica…’, 119), rappresenta la traumatica negazione della sua sessualità. Quando però Sapienza colpisce il dottor Majore con uno schiaffo (‘gli tirari due ceffoni’, 80) sta dunque invertendo il simbolo traumatico e violento di proibizione proprio a colui che lo ha perpetrato nel tentativo di liberarsi finalmente dal suo controllo (vedi Ross 2012). Infatti, come dimostra tutto il suo lavoro, Sapienza ‘desidera affrontare e superare le restrizioni che aveva subito da bambina recuperando quel senso di libertà che le precedeva’ (Bazzoni 2018: 50).

    Un’altra forma di oppressione è rappresentata dalla domesticazione culturale del suo linguaggio. Mentre cercava di entrare in Accademia per studiare recitazione, Sapienza venne redarguita per il suo forte accento siciliano and le fu richiesto di correggere la sua pronuncia per essere ammessa e mantenere la borsa di studio. Il processo di adattamento del suo linguaggio è descritto come violento a tal punto da rendere provocare dolore fisico intenso alla giovane Sapienza: ‘per poco non rimasi con la bocca scardinata dal dolore’ (Sapienza 2019: 24). Infatti, la sua lingua madre è una parte fondamentale della sua identità e la necessità di sottomettersi al dialetto del Nord Italia, l’unica accettabile lingua, è percepita da Sapienza come una dimostrazione di controllo da parte della commissione che decide del suo destino e che ha il potere di giudicarla e controllarla economicamente.

    La lingua è d’altronde anche connessa con la sua complicata infanzia e famiglia di origine. Sapienza, che riferendosi a sé stessa usa il termine ‘bastarda’ (24), è figlia di padre siciliano e madre continentale, impara fin da piccola il Siciliano, che riconosce come sua lingua madre, e solo in un secondo momento l’Italiano. Sapienza però problematizza l’associazione di questo bilinguismo alle personalità dei suoi genitori soverchiando i classici ruoli di padre e madre: infatti, mentre il padre incarna il dialetto e i piaceri del corpo, la madre invece incarna la lingua ufficiale, l’Italiano standard, e dunque anche la razionalità e il controllo della mente. Se il padre, dunque, rappresenta la sessualità ma di conseguenza anche i suoi possibili pericoli (come il tentativo di stupro da parte del padre verso una delle figlie adottive, vedi Providenti 2010), la madre è invece percepita come distante e sterile, ‘inumana’ (Sapienza 2019: 20), poiché incapace di dimostrare affetto.

    La separazione dalla figura materna e il desiderio di riconnessione e riconciliazione è reso chiaro da parte di Sapienza con l’uso di immagini sinestetiche (Wehling-Giorgi 2016). Ad esempio, quando Sapienza sente che il corpo e l’affetto materno sono distanti, percepisce freddo (‘cominciai a tremare’, Sapienza 2019, 77) e paura (‘ho freddo e ho paura’, 90), fino ad evocare immagini di neve e ghiaccio come simbolo di morte in relazione alla distanza materna: ‘è il ventre di sua madre, freddo, coperto di neve’ (116). La madre è infatti una figura minacciante abbandono e ancor di più un oscuro presentimento della malattia che colpirà Sapienza stessa; infatti, la madre fu internata in un istituto mentale a seguito episodi maniacali. Le immagini di corpi femminili spezzati, volti urlanti e corridoi bianchi d’ospedale sono espressione della sua traumatica testimonianza:

    Con terrore vidi la stanza spalancarsi in corridoi bianchi dove file di donne correvano mute sbattendo alle maioliche bianche dei muri. Mi spingevano e mi tastavano il viso con mani gonfie e sudate. (Sapienza 2019: 32, corsivo mio)

    Si avvicinava, fissava un punto indefinito ma preciso sulla mia testa: gli occhi infossati senza orbite, sbriciolati nella fronte e le tempie ossute e gonfie di serpenti agonizzanti: oscillava la testa, ora senza guardarmi dal fondo del corridoio bianco di maioliche, tappezzato di corpi e visi contorti di donne dalle bocche spalancate, dalle gambe divaricate, le mani annodate in cento nodi una alle altre, i capelli morti e frementi come fili ad alta tensione. (Sapienza 2019: 43, corsivo mio)

    La follia è descritta come conseguenza di una madre che, incarnando pura ideologia e razionalità, non ha potuto comunicare il suo affetto alla figlia, o anche solo riconoscere ed esprimere la propria corporalità e sessualità femminile (vedi Bazzoni 2018), e la figlia ha di conseguenza sofferto il fatto di non essere ‘identificata, ovvero vista nella propria diversità, dalla madre’ (Fraire, 2011: 130).

    Dunque, nella cosmologia narrativa di Sapienza, la madre è connessa con il corpo e la necessità di nutrimento che le è stata negata durante la sua infanzia. E questo ritorna anche nel rapporto con il suo terapeuta, quando, una volta attivato il transfer, Sapienza mette le proprie dita nella sua bocca, come a cercare nutrimento, imitando un bambino alla ricerca dei seni (Sapienza 2019: 77).  Il delicato passaggio, associato alle ricorrenti sensazioni di freddo e luce bianca, evocate dall’autore ogni volta che il terapeuta non riconosce le sue emozioni e paure (come pure mancava di riconoscerle la madre), sottolinea la necessità per Sapienza di riconquistare un contatto d’amore con il corpo materna e superare i traumi per recuperare, infine, la propria identità. Infatti:

    Senza la passione che ci lega alla madre non c’è origine della vita psichica […] Ma, e Goliarda è maestra nel suo resoconto, non è tanto l’essere identificata con la madre che le mancato, bensì l’essere riconosciuta, ovvero vista nella propria diversità, dalla madre. (Fraire, 2011: 130)

    Una volta terminata la terapia, la lama sarà usata per descrivere l’opposto del terapeuta, il dottor Majore, ovvero una figura femminile, liberatrice, che aiuterà Sapienza a riconquistare fiducia in sé e a guarire dalla paura e odio del dottore: ‘la vidi, era un viso forte e dolce. E quel viso non sezionato dal bisturi di quel medico mi spinse a raccontare di Nica’ (Sapienza 2019: 190). Perciò, il vero processo terapeutico è quello compiuto proprio con Nica, la sola che ha saputo vederla con ‘occhi di madre, di sorella, di amica’ (197), e i lettori, sono diventati spettatori della sua narrazione e partecipi del processo catartico:

    Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto e alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto… (Sapienza 2019: 200)

    BIBLIOGRAFIA:

    ANDRIGO, Mariagiovanna (2016), ‘Goliarda Sapienza’s Permanent Autobiography’, in Alberica Bazzoni & Emma Bond & Katrin Wehling-Giorgi (eds), Goliarda Sapienza in Context: Intertextual Relationships with Italian and European Culture. Madison: Fairleigh Dickinson University Press, pp. 17-32.

    BAZZONI, Alberica (2018), Writing for freedom: body, identity, and power in Goliarda Sapienza’s narrative, Oxford: Peter Lang.

    DE ROGATIS, Tiziana & WEHLING-GIORGI, Katrin (eds) (2022), Trauma Narratives in Italian and Transnational Women’s Writing. Roma: Sapienza Università Editrice.

    FRAIRE, Manuela (2011), ‘Il filo di mezzogiorno. Goliarda paziente’, in Monica Farnetti (ed), Appassionata Sapienza. Milano: Baldini Castoldi editore, pp. 89-100.

    SAPIENZA, Goliarda (2019) Il filo di mezzogiorno, Milano: La nave di Teseo.

  • L’approccio pluralistico

    Goliarda Sapienza e le Medical Humanities

    Nonostante tutte le vecchie e nuove prospettive teoriche sul trauma, come la letteratura possa efficacemente rappresentare il trauma rimane una delle sfide più interessanti per la teoria della letteratura. Tra tutte le possibili risposte, vorrei focalizzarmi sulla specifica qualità del linguaggio poetico e la sua versatilità nell’adattarsi anche ad una così difficile rappresentazione con l’uso di tropi e figure retoriche per mediare l’espressione dell’esperienza traumatica.

    Contrariamente a come il trauma è stato considerato dalla nascita della psicoanalisi fino al lavoro di moderni intellettuali come Cathy Caruth negli anni Novanta, ovvero come un fenomeno impossibile da rappresentare a causa della sua intrinseca natura frammentaria fatta di repressione, ripetizione, dissociazione, la “seconda ondata” nella ricerca dei trauma studies ha messo a punto un approccio pluralistico che si propone di superare l’idea del trauma come crisi della rappresentazione ed esplorare la dimensione culturale del trauma oltre la quella psichica e soggettiva, e luogo di scontro tra l’individuo e la violenza nascosta nella società moderna. In altre parole:

    ‘Il trauma è concettualizzato come un evento che altera la percezione e l’identità e tuttavia, proprio grazie a questo disordine, una nuova conoscenza è formata a proposito del sé e del mondo esterno’. (Balaev 2018: 366, traduzione mia)

    Il passaggio dall’approccio puntuale ad uno pluralistico del trauma richiede una politicizzazione dell’analisi a proposito degli ‘effetti traumatici su identità e memoria come interazione di forze interne ed esterne’ (Balaev 2018: 366, traduzione mia). Di conseguenza, l’approccio pluralistico include numerosi lenti ideologiche, come il femminismo, fatto che rende chiaro come che la relazione tra il traumatizzato e ‘la cultura dominante e le risorse di potere prima dell’evento traumatico […] abbia un impatto sull’esposizione, l’esperienza e la recezione del trauma (Griffiths 2018: 181).

    In questo tipo di contesto teorico, le voci femminili posso emergere per riconquistare la propria memoria e identità e ribellarsi contro le imposizioni di un ambiente controllante e repressivo. Perciò, il racconto femminile del trauma risponde particolarmente a quei temi che riguardano esperienze caratteristiche del femminile, usando tropi che siano in grado di ‘mettere a fuoco il trauma con forza’ (Wehling-Giorgi & De Rogatis, 2022: 7), specialmente se considerato in relazione al cambiamento della società, da una tradizionale ideologia di patriarcato  verso una società dai valori contemporanei.

    Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza è un ottimo esempio di come il trauma può essere rappresentato e comunicato. Nel romanzo autobiografico, Sapienza esplora la sua memoria traumatizzata attraverso l’analisi dialogica con il suo terapeuta, in un contesto quindi di natura psicoanalitica. E tuttavia, l’originalità del testo risiede proprio nella capacità di Sapienza di non assoggettarsi mai completamente alla lettura freudiana, predominante nella società e cultura dell’epoca, e anche nella sovversione dei ruoli tradizionali di dottore e paziente. Così Sapienza, grazie al proprio spirito libero e indipendente, riesce a conquistare una consapevolezza di sé che sfida sia il terapeuta che la cultura dominante, che anticipa approcci ben più moderni al trauma, che oggi potremmo definire intersezionali. Sapienza ha infatti una comprensione di sé e del proprio trauma non solo privata e individuale, bensì anche sociale e identitaria: il suo essere donna ha chiaramente un impatto nel modo in cui la sua malattia mentale, e il trauma dietro essa, viene compresa e curata.

    Sapienza guida il suo lettore in un complesso intreccio di parole chiavi e immagini misteriose, immagini e figure retoriche, per descrivere i traumi da lei vissuti in giovane età. Il testo, dunque, un dialogo ricco di analogie ed ellissi, risulta difficile da comprendere, ma l’oscurità del testo è funzionale allo ‘sblocco nell’autore di ricordi e, allo stesso tempo, per lo scivolamento dal presente al passato’ (Andrigo, 2016: 21), che è il meccanismo narratologico fondamentale per lo svolgimento della storia che cerca di rimanere il più possibile fedele alla frammentarietà della mente spezzata dal trauma.

    Per questo motivo i trauma studies si sono presentati come un’ottima cornice teorica da impiegare. Benché i trauma studies non siano molto diffusi nell’accademia italiana e Sapienza stessa è un’autrice che solo negli ultimi anni ha ricevuto l’attenzione degli studiosi, principalmente all’estero. Il recente lavoro di Tiziana De Rogatis and Katrin Wehling-Giorgi (2022) mette in luce come Goliarda Sapienza sia una delle voci femminili che, vivendo e scrivendo ai margini di uno establishment quasi prettamente maschile come quello della letteratura italiana moderna, è in grado di offrire un diverso punto di vista sul racconto del trauma e quegli aspetti dell’esperienza creativa di una donna, che spesso sono stati marginalizzati o silenziati.

  • Medical Humanities

    Il termine Medical Humanities compare per la prima volta nel 1948 in un articolo pubblicato sul giornale di storia e filosofia della scienza di nome ISIS dove il co-fondatore George Sarton impiega questo nuovo termine per descrivere un libro di recente pubblicazione. Sarton con questo neologismo voleva riferirsi al tentativo di comprendere la medicina e la scienza in tutte le culture e periodi storici attraverso uno studio disciplinato delle sue modalità di funzionamento, supposizioni, linguaggio, letteratura e filosofia (Hurwitz 2013: 672). Per Sarton l’obbiettivo ultimo era umanizzare la scienza e ciò era possibile ottenerlo attraverso ‘un’analisi sinottica multidisciplinare che storicizzi medicina e storia della scienza attraverso studi filosofici e sociologici’ (Hurwitz 2013: 673, traduzione mia).

    Negli anni Sessanta e Settanta cominciarono ad emergere su suo americano ed inglese corsi e istituti di ricerca che cominciavano ad esplorare ed insegnare come la letteratura potesse essere utile non solo nella formazione del personale medico, ma anche come materia prima di ricerca.  Un altro tema emergente nel Ventesimo secolo e sempre più centrale che spingeva allo studio delle Medical Humanities era inoltre la de-centralizzazione della medicina e la trasformazione del personale medico, in particolare dei medicini, in meri esecutori di test medici e costretti nel momento della diagnosi, a sua volta basata quasi esclusivamente su esami di laboratorio, mentre si amplifica la distanza dal vero incontro clinico con il paziente.

    Nonostante alcune difficoltà e problematiche ancora presenti nell’insegnamento della disciplina (confini sfocati della materia, mancanza di esiti concreti e dimostrabili dell’insegnamento, e soprattutto una rete accademica ancora debole di diversi filoni accademici)  che quindi fatica a trovare un suo chiaro posizionamento nelle scuole mediche (quantomeno nel caso della realtà inglese, a cui Hurwitz si riferisce), nonostante tutto ciò, il campo di ricerca è ampio e di chiara vocazione multidisciplinare, capace di porre nuove domande critiche e di introdurre nuovi modelli di ricerca basati sulla commistione  di scienza e umanesimo. Le possibilità di collaborazione tra medicina, bioetica e scienze umane non sono mai state così grandi (Hurwitz 2013).

  • LETTUGA: COSA SIAMO

    Un blog di arti. Uno spazio nostro. Una fresca insalata mista.